Pagamenti in criptovalute: cosa prevede la legge?

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Redazione il 09 gennaio 2019

Con l’incremento dell’utilizzo delle criptovalute per i pagamenti online e in negozio, diventa imperativo per i commercianti seguire l’evoluzione del quadro normativo legato alle criptomonete.

Sebbene al momento si tratti di un settore privo di leggi chiare, sarebbe ingenuo pensare che la situazione possa continuare a lungo. A seguito del boom cripto della seconda metà del 2017 infatti (periodo che ha visto il bitcoin raggiungere i suoi massimi storici), diversi governi hanno cominciato a muovere i primi passi verso la regolamentazione.

Qual è attualmente la situazione in Italia?

Al momento non c’è nessuna legge italiana che regoli le criptovalute.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con sentenza 22 ottobre 2015, ha dichiarato:

“Una valuta virtuale può essere definita come un tipo di moneta digitale, non regolamentata, emessa e controllata dai suoi sviluppatori e utilizzata ed accettata tra i membri di una specifica comunità virtuale.
La valuta virtuale «bitcoin» fa parte delle valute virtuali «a flusso bidirezionale», che gli utenti possono acquistare e vendere in base ai tassi di cambio.
Tali valute virtuali sono simili ad ogni altra valuta convertibile per quanto riguarda il loro uso nel mondo reale. Esse consentono l’acquisto di beni e servizi sia reali che virtuali. Le valute virtuali sono diverse dalla moneta elettronica.”

L’unica menzione ufficiale da parte delle autorità italiane si trova nella Risoluzione 72, pubblicata dall’Agenzia delle Entrate nel settembre del 2016 a seguito di interpello. Questa riprende in larga parte le dichiarazioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sostenendo:

“Il bitcoin è una tipologia di moneta “virtuale”, o meglio “criptovaluta”, utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale emessa da una Autorità monetaria.
La circolazione dei bitcoin, quale mezzo di pagamento si fonda sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato che, sulla base della fiducia, la ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi, riconoscendone, quindi, il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge.
Si tratta, pertanto, di sistema di pagamento decentralizzato, che utilizza una rete di soggetti paritari (peer to peer) non soggetto ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governa la stabilità nella circolazione.”
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In termini pratici

Sebbene rimanga molta confusione, due aspetti sono chiari. Il primo è che un esercente o un creditore non è tenuto per legge ad accettare criptomonete; l’accettazione è volontaria e dipende dal consenso di tutte le parti coinvolte.

Il secondo punto fondamentale è l’assimilazione delle criptovalute alle valute straniere. Questo significa che:

  • Per i soggetti in regime d’impresa, a fine anno la plusvalenza verrà tassata sulla base delle leggi generali italiane, meno l’IVA.
  • Al contrario, per i soggetti non in regime d’impresa (privati cittadini, organizzazioni senza scopo di lucro…) possedere criptomonete non è considerata un’attività speculativa e di conseguenza le plusvalenze non sono tassate.

Ma c’è un ma. Se nell’anno solare la giacenza complessiva delle criptovalute supera i 51.645,69 EUR per almeno 7 giorni lavorativi continui, questo non viene più considerato un normale possedimento di valute straniere ma un’attività speculativa a tutti gli effetti, e quindi anche per i soggetti non in regime d’impresa gli utili o le perdite realizzate devono essere dichiarate nel modello Unico e sono soggetti a un’aliquota del 26%.

E l’IVA?

A livello europeo non c'è un approccio omogeneo sull’IVA. Alcuni stati, come Spagna, Regno Unito, Belgio, Finlandia, hanno scelto di optare per l’esenzione IVA, mentre altri, come Estonia e Polonia, hanno dichiarato l’imponibilità delle criptovalute.

Il governo italiano non si è ancora espresso, ma la Risoluzione 72 (che però, ricordiamo, non ha valore legale essendo una risposta a un “interpello”, cioè una richiesta di chiarimenti) fa eco alle dichiarazioni dell’Unione Europea. Di conseguenza, l’uso di criptomonete in Italia è al momento esente da IVA.

In termini pratici, questo significa che se si riceve un pagamento in bitcoin, sarà necessario emettere normalmente lo scontrino o la fattura dell’intero importo + IVA e poi al momento del cambio scambiare i bitcoin contro euro esenti da IVA.

Imposte dirette

Non ci sono al momento leggi specifiche sui guadagni con criptovalute per cui è necessaria l’interpretazione delle norme preesistenti. Questo può essere complicato da una serie di fattori.

In linea generale, è obbligatoria la contabilizzazione delle operazioni con criptomonete e la loro rappresentazione in bilancio. Se c’è una differenza tra il prezzo di acquisto e il ricavato ottenuto (dovuto al cambio al momento della conversione), si ha una plusvalenza che va dichiarata nel quadro RT della dichiarazione dei redditi tenendo conto del valore corrente della criptomoneta.

Ma i problemi di interpretazione non mancano. Per esempio, se si possiedono criptomonete su un wallet di un sito con sede all’estero (come per esempio Coinbase), in realtà a detenerli è il sito e risulterebbero come capitale investito all’estero. In quest’ottica, indipendentemente dall’ammontare, andrebbero indicate nel quadro RW della dichiarazione dei redditi.

D’altro canto, la IV Direttiva antiriciclaggio entrata in vigore nel luglio del 2017 ha equiparato gli exchange come Coinbase ai cambiavalute, considerandoli alla stregua di “operatori non finanziari”, simili quindi ai servizi di cambio delle valute tradizionali (per esempio gli sportelli negli aeroporti o nelle stazioni) anziché a banche e società di investimento.

Vista la situazione dubbia attuale, è altamente consigliato che i commercianti tengano d’occhio l’evoluzione delle normative di legge per essere informati nel caso la situazione cambi.

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Categorie: Pagamenti digitali, Criptovalute

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